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Fino a qualche tempo fa si credeva che le percezioni di dolore derivassero dal trasferimento di segnali di avviso – e ciò tramite i nervi che connettono l’epidermide, i muscoli e gli organi interni al midollo spinale. Di lì il dolore sarebbe stato trasmesso ad una ben definita zona del cervello, che si presumeva rappresentare l’organo generale del dolore.

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Per alleviare le sofferenze pesanti o le cronicità, oltre all’utilizzo di analgesici come la morfina, la soluzione constava a quel punto nel bloccare i centri di trasmissione della sofferenza stessa, operando per esempio sul piano chirurgico sui nervi periferici.

Ora si è consapevoli che non vi sono, probabilmente, percorsi e zone particolari della dolenza. Taluni dolori – con tutta possibilità - non rappresentano nemmeno tipi di risposta a impulsi di carattere interno o esterno, ma sopraggiungono in modo volontario, senza altra ragione che le medesime. Negli ultimi decenni sono stati compiuti considerevoli progressi verso la comprensione e la cura del dolore, anche in ambito neoplastico.

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Il più diffuso motivo di sofferenza sembra essere, in realtà, l’espansione del cancro, che coinvolge nervi, plessi nervosi, pleura o peritoneo. La sofferenza non è in ogni caso (va affermato subito) il solo segnale allarmante nell’ultima fase della vita. Nausea e vomito si manifestano nel 50-60% dei soggetti terminali di tumore.

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E ancora, sono diffusi lo stato di confusione, l’atteggiamento incerto, le idee turbate, la diminuzione della concentrazione e i difetti di memoria. La dispnea - la percezione di soffocamento - è ravvisabile in più del 50% dei malati di tumore allo stadio progredito e nel 65% di quelli con cancro ai polmoni. Non vi sono medicinali in grado di variare con certezza un sentore simile.

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Per piccoli periodi solo la morfina può diminuire il dolore, abbattendo il centro del respiro; negli stadi terminali la sola maniera di evitare al malato un lento decesso per soffocamento è di annullare la percezione, servendosi dell'anestesia generale e della sedazione, tramite infusione costante di oppioidi e sedativi (la suddetta terminal sedation).

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Questa condizione di profonda sonnolenza va conservata fino al decesso. Quello del paziente terminale è un dolore senza limiti definiti. Si intessono agitazione (angoscia per i familiari, il timore di morire, perdita della propria decenza), depressione (decadenza dello status sociale e domestico, affaticamento, insonnia, peggioramenti del proprio corpo), ira (per le complicazioni di natura burocratica, per l'incapacità di svolgere la propria professione, per l’insuccesso delle cure, per il fatto di sentirsi compatito) e sofferenza somatica.

Non è nemmeno da rifiutare che, nel malato con neoplasia allo stadio terminale, si rivelino eventi algogeni del tutto autonomi dalla patologia principale (distorsioni, contusioni, ecc), o che sono invece effetti della terapia chemioterapica e radioterapica o delle operazioni chirurgiche. Nel 1982 L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha elaborato un protocollo ravvisando nei farmaci oppioidi, codeina e morfina[28], le basi della cura per i dolori dovuti al tumore.

La distribuzione dei farmaci deve essere fatta ad orari prestabiliti, e la costanza delle applicazioni serve a impedire che possa manifestarsi nuovamente il dolore. La dose dell'analgesico deve essere attentamente personalizzata: bisogna accrescere progressivamente la quantità fino a raggiungere la massima serenità. I dati dell'OMS evidenziano come attualmente, nelle nazioni industrializzate, il 50-80% degli affetti da tumore soffra per mali che non sono regolarmente curati.

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